Giovedi, 25 maggio 2017 - ORE:18:11

Come è nato il canone Rai



Non c’è legge più lungimirante di quella sul canone Rai. O meglio, quello che oggi è il canone Rai ma che nel 1938 era una tassa sulle “radioaudizioni”.
Un regio decreto (R.D.L.21/02/1938 n.246) introdotto in un’Italia dove la televisione era un oggetto sperimentale, dove la radio era ancora un lusso e dove davanti all’apparecchio si mettevano più famiglie insieme, magari all’osteria o all’oratorio.
Il servizio pubblico televisivo esisteva da soli quattro anni: a Torino, nel 1934, erano cominciate le prime prove di trasmissioni tv. Ma si devono aspettare altri vent’anni, il 3 gennaio 1954, per vedere Corrado in bianco e nero dare il via ufficiale alle trasmissioni Rai.

Il canone nacque per chi possedeva la radio, dunque. Anzi, per chi possedeva apparecchi “atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”. Chissà cosa intendeva, il legislatore. Era l’epoca in cui oltre alla radio non c’era altro. Ma questa formula così vaga si è bene adattata a tutto, alla tv, ai computer e ai videotelefonini.
La prima tassa costava 8 lire e mille lire di allora equivalevano circa a 860 euro di oggi, tanto per dare un’idea.
Un tempo in cui erano ben lontane le auto con la radio a portata di tutti, tanto che si dovevano pagare due canoni distinti nel caso si possedessero apparecchi anche su una vettura, oltre che in casa.
Chi aveva la radio, e poi la tv, poteva certo permettersi di pagare quel contributo nato per sovvenzionare il servizio pubblico, privo delle tante pubblicità di oggi, dalle funzioni di informazione e istruzione ancor prima che di intrattenimento.
Non è un caso se l’unico Paese occidentale dove non c’è mai stato un canone televisivo sono gli Stati Uniti, dove la tv è nata subito commerciale e, quindi, si finanziava con gli spot.

Bar, osterie, oratori. I locali pubblici erano quelli dove, di fatto, si ascoltava la radio e si vedeva la tv. Il “canone speciale” è di vecchia data. Del resto, nei locali si andava proprio per questo e ogni utente era un consumatore. La tassa da pagare in questi casi era “speciale”, differenziato da quello per i privati: “Il canone di abbonamento dovuto per audizioni date in locali pubblici od aperti al pubblico, è stabilito in ragione di anno solare ed è determinato mediante speciali convenzioni di abbonamento con la Società concessionaria”, si legge nel decreto regio; e tutti coloro che erano soggetti a tale tassazione, contribuivano per quanto dovuto.

Ad oggi, invece, sono sempre meno gli italiani che pagano il canone Rai e forse è anche per questo motivo che la Rai ha un gigantesco buco da 320 milioni di euro all’anno; e da quanto risulta da un sondaggio dell’Istat questo “trend” è aumentato soprattutto in seguito alle dichiarazione dell’ex Premier Silvio Berlusconi che non ha mai perso un’occasione per affermare che pagare il canone Rai è sbagliato.
In una delle sue ultime apparizioni televisive prime di lasciare il testimone del Governo a Mario Monti, ha affermato “è scandaloso che certi programmi vadano in onda pagati con i soldi degli italiani. Non posso più tollerare che questi programmi vadano in onda. Gli italiani non dovrebbero pagare il canone Rai ed io non l’ho mai pagato perché sono il primo contribuente italiano”.
Naturalmente è un’affermazione senza senso in quanto tutti, o meno, in Italia pagano le tasse e il solo fatto di dover contribuire più del resto della popolazione in quanto detentore di enormi ricchezze è una cosa che, giustamente, accade in ogni paese occidentale e non ha nessun collegamento con il sentirsi in dovere di non pagare il canone Rai.

Ma tornando alla nascita di tale imposta, fa sorridere la risposta alla domanda “E chi non pagava?”
A differenza di adesso non c’erano solleciti, raccomandate o minacce. Arrivava a casa l’emissario, con tanto di sacco di iuta che veniva chiuso con un sigillo metallico fornito dal Ministero delle finanze. Negli anni il sacco di iuta è diventato di nylon, sempre meno utilizzato, ma che ha avuto anche il nulla osta della Corte di Strasburgo che nel 1999 ha dato ragione alle Fiamme Gialle pronte a sigillare la tv di un vicentino che aveva disdetto l’abbonamento Rai pur avendo ancora l’apparecchio acceso in casa.



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