Giovedi, 21 settembre 2017 - ORE:03:40

Il Mezzogiorno cola a picco


mezzogiorno

Cosa resta del Mezzogiorno? Poco, anzi nulla. Poiché il Sud si è “rinsecchito”, si legge nel rapporto che il Censis ha presentato ieri nell’ambito della giornata dedicata a Gino Martinoli – tra i fondatori del Censis – dal titolo “La crisi sociale del Mezzogiorno” alla presenza del presidente Giuseppe De Rita e del direttore generale Giuseppe Roma. Il Censis usa un modo elegante per dire tante cose tutte insieme: che il Sud ha perso in questi anni energie, sostanza.

Troppe disattenzioni

Un Sud dimenticato che «si è andato privando nel tempo di strumenti reali in grado di suscitare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle élite – si legge nel rapporto –. Con le grandi banche meridionali inglobate nelle corporation finanziarie lombardo-torinesi, i media monopolizzati dal l’asse Roma-Milano catturare l’attenzione non certo semplice». Disattenzione che diventa ancora più rilevante in una fase di difficoltà: tra il 2007 e il 2012 nel Sud il Pil si è ridotto del 10% in termini reali (-5,7% nel Centro-Nord). E la recessione, è la considerazione del Censis, è l’ultimo tassello di una serie di criticità stratificate nel tempo: piani di governo poco chiari, burocrazia lenta, infrastrutture scarsamente competitive, limitata apertura ai mercati esteri e un forte razionamento del credito hanno indebolito il sistema-Mezzogiorno fino quasi a spezzarlo.

Un sistema che non si riprende più

Al Sud poi «il sistema imprenditoriale già fragile e diradato è stato sottoposto negli ultimi anni a un processo di progressivo smantellamento, costellato da crisi d’impresa molto gravi come quelle dell’Ilva di Taranto e della Fiat di Termini Imerese. Tra il 2007 e il 2011 gli occupati nell’industria meridionale si sono ridotti del 15,5% (con una perdita di oltre 147mila unità) a fronte di una flessione del 5,5% nel Centro-Nord». E poi: oltre 7.600 imprese manifatturiere del Sud (su un totale di 137mila aziende) sono uscite dal mercato tra il 2009 e il 2012, con una flessione del 5,1% e punte superiori al 6% in Puglia e Campania. «Non si riesce ad attrarre e a generare investimenti – dice l’economista Francesco Asso –. La crisi della grande impresa non è compensata dalla crescita di un tessuto di imprese esportatrici e innovatrici che riesce in maniera significa a intercettare domanda mondiale in crescita».



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